June 24, 2017 at 7:09 pm

Disagio

Disagio

Il disagio è l’aria che respiro, il cibo che mangio, la pelle che bacio, le mani che sfioro, è nelle parole che ascolto. Il disagio è il mio migliore amico, mi avvolge come le coperte calde durante l’inverno rigido, mi tiene al riparo dalla vita che non voglio più conoscere e che non riconosco più. Sono in piedi davanti a una finestra molto grande, occupa quasi tutta la parete alla destra del mio letto nella camera d’albergo che sto occupando qui a Parigi. Mi piace osservare senza essere visto, è una sensazione piacevole l’anonimato, sentirsi invisibili, sembra quasi di essere Dio, è divinità senza tutte quelle altre cose che sarebbero implicate, è come fare il portoghese sull’autobus, sulla metro. Ebbrezza ad alto rischio. Il buio è fatto per essere scrutato, indagato, scandagliato, è là davanti ai nostri occhi, come una terra vergine pronta per essere esplorata, non chiede altro che un capitano di ventura, brama passi coraggiosi e decisi, non è ammessa l’insicurezza. Al primo piede in fallo, gesto poco deciso o chissà cos’altro nel campionario delle possibili anticamere del fallimento il buio, il nero, l’abisso si desterebbe da questo tepore cordiale e poserebbe i suoi occhi di fuoco nei nostri e, da quel momento, quello sarebbe il nostro abisso. Lo conoscete? Lo avete visto? Vi ha già guardato? Sì. E’ quella sensazione di pesantezza alla bocca dello stomaco, è l’aria che manca nei polmoni, è la bocca che si apre, si apre, si apre e non sa più parlare e i vostri occhi già cercano aiuto senza che questo possa mai arrivare.

In quest’albergo non si può fumare, allora mi limito a stringere una Camel fra le dita, la accarezzo, ci gioco, la passo da una mano all’altra, faccio come se potessi bruciarmici i polmoni, così, per calmarmi un po’. Le cose cambiano, il presente corre ed è già passato perché mentre mi rendo conto di viverlo c’è già un futuro del quale dovrò rendere conto. Sto male, vivo male. Ho tutto, ma mi limito a tirare a campare e a complicarmi le cose, mi crogiolo in questa sensazione morbida e calda che è la depressione, che è il male di vivere, che è, appunto, il disagio.

Questa è la mia ultima notte sulla terra e la dipingo così, come tutte le altre.

Mia madre, l’ultima volta che l’ho vista, mi ha chiesto un bacio prima di andare via, l’ho solo accarezzata, la lacrima che ho sulla guancia ora forse è per questo. Indosso il mio abito migliore: il cinismo addormentato sulla nuvola di quello che sarebbe potuto essere e non è stato.

Questa è la mia ultima notte sulla terra e sto parlando con me stesso per la prima volta.

Questa è la mia ultima notte sulla terra e va bene così.

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