Paolo Panzacchi
L'ultima stazione del mio treno

June 24, 2017 at 7:09 pm

#GialloFerrara2015

#GialloFerrara2015

Alto e magro, con il viso un po’ scavato, pallido e senza espressione. “E’ così che si diventa quando tutti si dimenticano di te!”, questo è il pensiero di Ruggero Loi mentre cammina nell’indifferenza generale poco distante dal Castello Estense. Fuma una sigaretta, prende boccate corte, quasi frettolose, comunque avide, sembra voglia divorarsela quella nicotina che appassisce la vita, come se la sua ne avesse bisogno ulteriore. Ruggero Loi qualche anno fa era sulle copertine di molti settimanali, ospite fisso delle rassegne letterarie estive, le librerie più prestigiose facevano a gara per presentare i suoi romanzi. Era una stella.

Un bambino passa vicino a Ruggero, cammina rapido accanto alla madre e le chiede: “Mamma, mamma, ma le stelle di giorno dove vanno?”. La madre butta gli occhi verso il cielo forse stanca di quella che con buona probabilità sarà stata l’ennesima domanda del proprio piccolo.

Dove vanno di giorno le stelle, anche Ruggero Loi se l’è posta spesso questa domanda negli ultimi tempi, rispondendosi semplicemente che per uno come lui, stella senza più luce, l’unico posto possibile fosse un’inutile mucchio di polvere sullo scaffale di una vecchia libreria dimenticata da tutti. Il telefono che non squilla mai, la mail che non riporta mai notifiche di nuovi messaggi, i vecchi amici che non suonano più alla tua porta, il tuo agente che si nega anche per un caffè; questa è l’anticamera della depressione, della bottiglia facile. I pensieri che si fanno scuri, poi neri come la notte e della luce delle stelle che furono nemmeno il ricordo resiste. Questa è l’anticamera delle cose sbagliate, quelle che fanno male, che ti fanno fare cose brutte, cose che fanno paura.

Oggi Ruggero Loi cammina con una sigaretta senza filtro tra l’indice e il medio della mano sinistra e una borsa nera molto pesante stretta nella destra. La cenere sembra nasconderne i passi lenti, pesanti, che lo portano sino a una antica biblioteca, esattamente al centro di Ferrara.

Quando cominci a fare quelle cose là, quelle che fanno paura, non fai mai nulla a caso, quando vuoi che il tuo urlo disperato sia sentito da tutti hai sempre un piano, più la tua anima è stata un giorno ruggente, più quando hai smesso di splendere urlerai e vorrai che la luce torni ancora e sia più forte di prima.

Ruggero entra nell’edificio dove una Rassegna fra poco farà parlare di sé con il bello del mistero che vuole raccontare. Lui si siede in una fila esterna, a disagio, la sua pelle è sudata, la sua bocca secca, le sue mani scosse da un leggero tremito.

Appoggia la borsa nera sotto alcune sedie ancora vuote accanto a sé, quella che stringeva nella mano destra, ricordate? La sala comincia a riempirsi, è un tutto esaurito oggi. Il pubblico delle grandi occasioni, come quello che aveva lui, una volta, così tanto tempo fa da sembrargli la storia di un altro. Approfittando della confusione si allontana. Sul palco escono alla vista di tutti giornalisti e alcuni autori, applausi. “Che bel suono le mani che si toccano…”, pensa Ruggero, ricordando il suo non ricordo dell’ultima volta in cui questa melodia fosse stata per lui. Affretta il passo verso l’uscita, mentre una bella giornalista giovane prende la parola. “Benvenuti, benvenuti!”, il pubblico esplode in un altro applauso e la giornalista si lascia sfuggire: “Grazie, questa Rassegna sarà davvero una bomba!”.

Ruggero sente queste parole e, mentre accende una delle sue fedeli senza filtro, sogghigna. La sua mano stringe un telecomando mentre ormai è fuori dall’edificio. “Sì, proprio una bomba!”.

Poi solo ombra, carne, nero e polvere di una stella che fu.

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