Paolo Panzacchi
L'ultima stazione del mio treno

November 17, 2019 at 2:42 am

I passeggeri del mese: Stefano Bonazzi

I passeggeri del mese: Stefano Bonazzi

Oggi parliamo con Stefano Bonazzi scrittore e artista grafico ferrarese. Il suo esordio come autore è stato “A bocca chiusa” edito Newton Compton, definito geniale, intelligente e arguto.

Chi è Stefano Bonazzi?

Sono un mammifero bipede sei giorni su sette (il sabato in genere deambulo anche sulle mani in base al tasso alcolico), formato dal 99% d’insicurezze, fobie, ossessioni, deliri, scadenze e da un 1% di determinazione. Alla fine è proprio quel 1% per cento che mi sprona ancora a provarci ancora. A far cosa? Mah, forse a lanciare un lieve assolo di pianoforte in questo mare di megafoni isterici, la cosa buffa però, è che io non so suonare nemmeno un accordo.
Questo è quello che sono davvero, poi certo c’è la parte biografica/istituzionale che si può riassumere così: ho iniziato a 14 anni servendo caffè e riempiendo cannoli (ogni mattina ustionandomi i polpastrelli perché in una pasticceria non c’è mai tempo per aspettare le giuste temperature), ho comprato la mia prima reflex digitale a 19, mi sono buttato nel mondo dei paciughi digitali a 21 in cerca di una cura a quei bastardi attacchi di panico che non mi permettevano di godermi nemmeno una doccia in santa pace.
Ah, già, poi ho fatto qualche mostra in giro per l’Europa e ho scritto un libro, ma di questo penso ne parleremo qualche riga sotto, no?

Esattamente. A bocca chiusa, il tuo romanzo d’esordio edito newton Compton, e’ duro, forte, la storia di un bambino che vive in periferia in una situazione familiare difficile. Com’è nata questa idea?

E’ nata principalmente dalla rabbia. Ogni pagina è uno sfogo personale. Verso cosa? Bah, ormai non lo so più nemmeno io. Diciamo verso la vita, la società ed i rapporti superficiali, si diciamo così, che fa tanto “canzone di Ligabue”, mette d’accordo un po’ tutti e magari mi aiuta a piazzare qualche copia in più. Molti editori hanno rifiutato questo libro dicendo che i suoi protagonisti sono “troppo grotteschi” ed il lettore avrebbe faticato ad identificarsi in essi. Peccato che la maggior parte di questi editori non viva in un appartamento del comune nella periferia di Ferrara, che poi è la periferia di qualsiasi città, di qualsiasi nazione, stato, pianeta.
Ci saranno sempre periferie a disposizione per scrittori in cerca di storie forti, che magari le percorrono con le cuffie nelle orecchie, in una domenica d’inverno, senza una mano da stringere, un abbraccio in cui rifugiarsi.
Ecco, adesso che vi ho commosso al punto giusto, siete davvero pronti per leggerlo.

Stefano, i tuoi lavori di grafica sono molto suggestivi e di grande impatto. A quale dei tuoi progetti sei più legato? Fra scrittura e grafica quale dimensione senti a te maggiormente vicino?

Sono nato come fotografo, ma vorrei schiattare come scrittore. Penso che la fotografia sia comunque un medium meno immediato della scrittura. La fotografia è schiava di limiti (tecnici e pratici), la scrittura no. Prendi un foglio di carta e una penna (ma basta anche una matita dell’Ikea) e inizi a costruire mondi. Quale altro strumento è tanto potente?
Certo le fotografia è stato il mio primo amore e, soprattutto, mi ha fatto passare gli attacchi di panico, di questo gliene sarò sempre grato, ma ho il timore che un giorno (presto o tardi) potrei esaurire le idee (e le diottrie). In fondo sono ormai 10 anni che attingo da essa, quindi devo prepararmi alla prospettiva. Chissà, magari sarà l’occasione per iniziare a studiare pianoforte.

Oltre a studiare pianoforte, quali altri sono i tuoi progetti per il futuro?

In genere tendo spesso a confondere i progetti con i sogni, sono un cinico disilluso sognatore (che poi sarebbe quasi un controsenso, ma tanto io adoro i controsensi), quindi questa volta cercherò di fare un po’ d’ordine.
Progetti ideali:
– pubblicare la nuova serie fotografica ed essere recensito da Empty Kingdom;
– pubblicare un bestseller da Premio Nobel, che riesca a convincere intellettuali e casalinghe di Voghiera senza spargimenti di sangue;
– una mostra personale a Camden Town;
– un loft con vista su Hyde Park (ma mi accontento anche di uno scorcio dei Navigli);
– un Maine Coon di un metro e mezzo (cercate su Google se non sapete cosa sia);
– poter stringere la mano di persona a Gottfried Helnwein (idem come sopra).
Progetti realizzabili:
– una nuova serie fotografica;
– (tentare di) pubblicare un altro libro;
– una mostra personale a Bologna;
– un monolocale di 36mq, preferibilmente non troppo lontano dal centro di Ferrara.
Grazie Paolo per aver ospitato i miei vaneggiamenti e grazie anche a chi deciderà di dedicargli i 4minuti e 37 secondi necessari per arrivare alla fine dell’articolo (io almeno ho impiegato tanto, però io leggo in fretta. Troppo in fretta).

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