May 18, 2024 at 1:17 am

La prima volta

La prima volta
Scrollo alcune gocce di pioggia dal mio cappotto, voglio essere perfetto. I miei passi sono decisi, il mio sguardo è fisso davanti a me. Cammino nella sala principale dell’aeroporto della mia città. Mille volte questo luogo ha visto la mia presenza: voli per New York, Londra, Bruxelles, Parigi, Berlino. Lavoro, meeting internazionali. Oggi, il piacere di essere qui per le cose davvero importanti. Mi chiamo Riccardo e oggi conoscerò Lucy, mia figlia.
Lei, ha sette anni, vive a Parigi con Caroline, sua madre, la mia ex moglie. Questa situazione è figlia di mille errori, di tanti egoismi, di inutili scontri e del buio cieco dell’odio degli uomini.
Mi siedo, aspettando il momento in cui l’aereo da Parigi porterà da me la mia bambina. Mentre chiudo gli occhi e il mio respiro rallenta, sento nella mia tasca interna del cappotto la vibrazione del mio telefono.
Il Blackberry nero mi riporta alle mie responsabilità: il mio ufficio mi sta cercando. Ho un istante di esitazione, il telefono è nelle mie mani. No, oggi no. Non voglio perderla ancora. Rifiuto la chiamata e faccio calare il sipario su tutte le possibili distrazioni.
So che non dovrei, ma mi sento come se oggi fosse il giorno di un esame, come se mi stessi giocando ogni mia possibilità.
La mia inquietudine, ci sarà anche sua madre. Bionda, bellissima, con quella voce dura, il suo accento francese e i modi rapidi. Mi ha sempre messo in soggezione.
Il nostro rapporto non era mai stato un idillio, troppe assenze, presenza vissute nel modo sbagliato, ci siamo lasciati seduti in un piccolo cafè, sulla rive gauche, albeggiava, lei era stanca io dovevo prendere un aereo, come sempre.
Io non sapevo fosse incinta, lei, non lo so, forse il silenzio fu la sua punizione. Spesso le notizie più importanti, quelle che sanno cambiarti la vita, diventano parte di te nelle maniere più inconsuete. Ero nella sua Parigi, il giorno di Natale, stavo comprando il mio regalo (la solitudine comporta inconsuete tradizioni), quando improvvisamente ci siamo scontrati. Lei spingeva un passeggino. Io non ho chiesto, lei non ha detto. Ma già sapevo, o meglio, avevo intuito. Lei che non smentisce le mie affermazioni, i silenzi colpevoli, il mio vedere Lucy solo per un istante.
Dopo mille telefonate incalzanti arrivarono le sue prime ammissioni, la prima volta in cui l’ho sentita cedere, in cui ha provato ad immedesimarsi nella mia condizione, anche se questo suo altruismo, questa sua empatia è durata il tempo di sentire le mie lacrime asciugarsi all’altro capo del telefono.
Le ho chiesto mille volte di poterla vedere, Lucy, ovviamente non volevo rivedere lei, Caroline. Probabilmente sarà un incontro breve, timido, voglio che sia tutto sereno, voglio portarla a vedere i luoghi a me cari, sperando che, un giorno, lo siano anche per lei.
I miei pensieri mi travolgono ma non mi impediscono di osservare il display dei voli e notare che l’aereo Air France da Parigi è appena atterrato. Mi alzo in piedi, di scatto, mi sistemo la cravatta e il cappotto.
La mia frequenza cardiaca aumenta. Ogni volta che la porta scorrevole degli arrivi si apre il mio cuore esplode. Il silenzio avvolge il mio spazio, non sento nulla, riconosco i tacchi di Caroline, il suo modo di camminare.
La porta si apre, vedo lei, bellissima, col suo sguardo duro incrocia i miei occhi, abbozza un sorriso. Si sposta dal centro della sala, come un sipario sul palco per far entrare i protagonisti di un’opera.
Lucy! Bionda, con le sue trecce, con un bellissimo vestito blu, timida, attaccata alla gamba di sua madre.
Gli istanti seguenti sono fotogrammi, un piccolo capolavoro di silenzi: io mi accuccio, lei, fa qualche passo verso di me, ma non sorride.
Io sorrido, emozionato, lei, Caroline è imbarazzata, si scosta, accarezza la piccola Lucy.
Lucy, fa un passo, mi guarda, ora sorride.
P..pa..papà!”.

Lucy, che ha appena camminato nel mio mondo e conosciuto la mia barba dura nel nostro primo abbraccio.
0 likes L'ultima stazione del mio treno
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