Paolo Panzacchi
L'ultima stazione del mio treno

December 5, 2019 at 10:16 pm

L’ultimo passo

L’ultimo passo
La pioggia bagna il mio cappotto mentre scendo dal taxi. Pago il dovuto al mio autista, mentre lui scarica dal portabagagli le mie valige. “La ringrazio!”, lui mi sorride, “Faccia buon viaggio!”. Mi incammino verso l’entrata dell’aeroporto di Bologna, come al solito sono in anticipo: il mio check-in aprirà fra mezz’ora. Oggi è il 4 Gennaio e fra meno di tre ore la mia vita cambierà. 

Decido di attendere prima di entrare nel terminal: mi accendo una sigaretta. E’ l’ultima del mio pacchetto. Ho deciso di smettere: questa volta faccio sul serio. Credo. Aspiro profondamente, voglio godermela. Per la vita che andrò a fare il fumo non mi servirà. Spero. 

Lancio lontano il mozzicone, non ne ho fumata neanche metà, ed entro nel terminal. Guardo subito il tabellone del mio volo, noto che il check-in è appena cominciato. Mi avvicino: stranamente sono il primo. La hostess mi saluta gentilmente, ricambio con poco garbo, ultimamente non sorrido, ho un unico tono di voce: seccato e scostante. 

Completo le operazioni, imbarco le mie valige e tengo con me il mio bagaglio a mano: la valigetta del laptop. 

Prendo la scala mobile per andare al secondo piano dove ci sono i gate per gli imbarchi, di fronte a me c’è un bar: è carino, moderno, mi piace. Entro e chiedo un caffè. 

Il caffè è sempre una delle cose che più mi mancano quando vado all’estero. Più del cibo, più dei panorami, più delle vie della mia città, più dei miei genitori e di tutte quelle persone inutili che mi sono trascinato dietro per anni. Un buon caffè è quello che mi manca. Decido di assaporarlo: sorsi piccoli, occhi chiusi. 

Chiudere gli occhi, però, non è stata una buona idea: la mia mente mi fa vedere cose che non voglio ricordare. Finisco, indispettito, in un unico sorso quello che rimane nella tazzina. Tutto è la rovina di tutto. Questa è una frase che da qualche tempo mi ripeto. 

Scappo da questa vita come un amante scoperto che fugge dal retro: con vergogna, con dolore, con il senso del piacere rimasto frustrato. 

Vado a sedermi di fronte all’ingresso del mio gate. Ho la testa bassa, la barba e i capelli lunghi. Indosso un cappotto nero, molto elegante, un maglione di cachemire grigio, camicia azzurra, pantalone marrone molto stretto e scarpe eleganti nere. Ho un bellissimo paio di occhiali neri, montatura grossa: un affettuoso regalo. Ho deciso di portare con me alcuni oggetti per ricordare: questi occhiali, un libro, una sciarpa, un’agenda e una coperta di lana. 

Tutte le altre cose, eccetto i miei vestiti, le ho regalate o buttate via. La scorsa notte ho bruciato i quattro libri che ho scritto e circa un centinaio fra racconti e poesie. Ho giurato che non scriverò mai più! 

Fra un’ora il mio volo decollerà. Sono estremamente nervoso. Mi mangio le unghie. Mi accarezzo la barba, i capelli, quasi come a farmi delle coccole affettuose. Sono incazzato, furioso, dentro di me sono assolutamente fuori controllo. 

Improvvisamente ho un conato di vomito, devo assolutamente correre in bagno! Dopo pochi secondi mi ritrovo in ginocchio davanti a una tazza bianchissima e sorprendentemente pulita: rimetto. Mi contorco, lo stomaco mi fa un male assurdo, sembra quasi che mi stiano prendendo a pugni. Assieme al vomito escono lacrime e singhiozzi, sono crollato, completamente: lo sospettavo. 

Dopo un paio di minuti riesco a darmi un contegno. Metto il viso sotto il getto dell’acqua fredda di un lavandino. Respiro. Esco dal bagno e vedo che stanno imbarcando il mio volo. La mia voce, per una volta, più veloce dei miei pensieri: “E sia!”. Fra poco, probabilmente, senza neanche rendermene conto atterrerò a Londra Gatwick. 

Cinquanta passi mi separano da un’altra vita. Alla mia destra un bidone della spazzatura: getto via il mio cellulare e la mia sim card. Mi fermo per un istante, una lieve esitazione, forse una strana sensazione. 

Trenta passi. In lontananza rumore di tacchi. Una donna che corre. 

Venti passi. Sento urlare verso il fondo del lungo corridoio. 

Dieci passi, documenti in mano. Il mio nome urlato come non ho mai sentito. 

Cinque passi. Due anime fanno a pugni dentro la mia testa. “E’ troppo tardi!”, dice una, “La ami!”, dice l’altra. 

Un passo e niente sarà come prima. Quello che i miei occhi avranno davanti da ora sarà il frutto dell’orgoglio o di quel che di umano è rimasto in me.
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